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Black And White – Zambia and Malawi

Black And White – Zambia and Malawi

 

(…)

Come le mosche
Zona di confine tra Zambia e Malawi

C’e’ qualcosa di familiare qui, questo è certo.
Ricordi lontani che sanno di polvere e spezie, scritti in qualche angolo delle mie eliche accanto al sapore di sambussa, al ritmo dei tamburi, alla paura del fuoco e del leone.

Fiero di questa mia diversità dal maschio medio europeo mi ero anche abituato ai pullman africani a lunga percorrenza, siluri strapieni che sfrecciano a 160 chilometri orari lungo strade senza protezioni. Ero abituato alla scomodità, agli stop sotto il sole, ai venditori nelle soste, ai predicatori urlanti, ai mendicanti, al pianto ininterrotto dei bambini, alla puzza di pulcini caricati dai passeggeri mista a sudore, mais, cipolla, alici, carne cruda frollata al sole, uova sode, merda e banane.

Non ero pronto però ad un taxi abusivo di frontiera, che da Chipata in Zambia porta al confine col Malawi.
Salgo e a fatica trattengo la borsa dicendogli che contiene un oggetto fragile e la terrò sulle gambe. 20 mila kwacha a testa, contrattati partendo da 80. Sale il secondo, poi una signora enorme e la sua amica. Tutti e quattro dietro, schiacciati come sardine nella loro bara di latta. Accanto al guidatore un uomo sulla cinquantina, di ritorno in Malawi. Il driver accende il motore e grida qualcosa ad un omone con la maglia del south africa football, che prende ed entra davanti con i due. Sette, con borse e valigie. Viaggiamo sul semiasse, ad ogni buca salgono fitte alla schiena già provata da migliaia di chilometri percorsi in jeep e bus. Attraversa la strada e si ferma, scende, prende una manciata di soldi da un tizio che si mette alla guida al posto suo.

Un sasso che rimbalza su un torrente di asfalto: è iniziata la folle corsa.

Gli altri 6 sconosciuti non sono preoccupati della velocità, dello slittamento in curva, dei freni che non reggono. Discutono vivacemente delle prossime elezioni, dei partiti di opposizione, di soprusi, brogli, corruzione, malgoverno. In un’altra situazione sorriderei a queste dichiarazioni di uguaglianza sentendomi amaramente più vicino a casa, ma devo preparare il respiro alla prossima curva ed al prossimo sorpasso.

Nel mezzo di un rettilineo il driver tira con forza i freni ed il suono ruvido del ferro sui dischi mi fa distogliere lo sguardo dal parabrezza. C’è una buca enorme che dobbiamo aggirare, attraverso l’adesivo nero lacero del mio finestrino che malamente mi nasconde dai controlli della polizia osservo due telai di automobili, perfettamente ripuliti come ossa al passaggio di sciacalli con le chiavi inglesi. Mi chiedo quale sia stato il destino dei passeggeri, senza ospedali, antibiotici o antidolorifici. Oltre il confine la popolazione locale li avrebbe spogliati e derubati mentre supplicavano aiuto.

Una decina di minuti ancora ed inizio a vedere la colonna dei tir fermi in attesa del visto in uscita. Provengono dalle miniere, con il rame caricato in piastre quadre e sorvegliato con le armi o quello estratto in pesanti blocchi e lasciato scoperto ed incustodito perché difficile da rubare. Ci sono poi carichi con rame in blocchi misteriosamente coperto da teli, che affrontano la frontiera con un’autorizzazione in busta chiusa passata sotto i normali documenti di trasporto, una manciata di dollari per strappare via da questa terra metalli ancora più preziosi.

Superiamo la colonna e ci fermiamo davanti alla frontiera, apro lo sportello e quattro braccia mi bloccano sul sedile agitandomi in faccia mazzi di kwacha malawiani.

Change! Change!

Non devo cambiare, mi verranno a prendere oltre il confine. Non devo cambiare.

Non mi danno ascolto. Apro a fatica lo sportello contro quattro uomini: occhi rossi, pupille lucide, basterebbe la loro puzza di birra qui per ubriacarsi, digiuni e sotto il sole. Continuano a starmi addosso, mi frenano, ad ogni passo li stacco di qualche centimetro ma ritornano, come le mosche sugli occhi dei neonati.

Mi fermo, allargo le braccia e li spingo via. Sono offesi ora, agitano le mani, mi gridano contro nel loro inglese impastato. Arriva un quinto uomo e veste i panni del mio salvatore, mi affianca, mi cinge il collo con un braccio e grida loro di lasciarmi stare, guidandomi verso l’ingresso degli uffici di frontiera. Ora è lui a controllare il mio passo, mi frena, mi chiede.

Dall’Europa? Io voglio venire con te, amico, tu mi devi aiutare. Io ho aiutato te, ora mi devi dire: cosa fai tu per me? Come devo fare per venire in Italia?

La stretta al collo è forte, sono stanco del viaggio e di queste violazioni, stanco di stare attento a tutto.

Prendi un aereo.

Allenta la presa un attimo e mi libero allungando i passi verso gli uffici. Varco il suo limite d’azione perché smette di seguirmi per non oltrepassare una linea invisibile, urlando una lunga serie di imprecazioni in Bemba intercalate dalla parola musungu, uomo pallido.

Passaporto, libretto vaccinazioni. Modulo d’uscita, modulo d’ingresso. Il bagno è fuori, devi farla in un solco nel cemento che termina in una buca maleodorante.

Quattro uomini seduti all’ombra di un telo arrostiscono carne. Il braciere è un fusto di metallo tagliato a metà e la griglia è il radiatore preso da un vecchio frigorifero. Il profumo di barbecue mi toglie la nausea e mi chiedo se i ratti arrostiti sono così invitanti. Il vento mi sputa una manciata di terra rossa negli occhi. Un sacchetto di plastica sfondato vola come una manica a vento impazzita.

Non c’è nessuno ad aspettarmi. Traffico e disordini nella capitale, dovrò raggiungerla coi mezzi locali. Dovevo cambiare i soldi.

Speriamo di trovare un taxi che mi porti alla fermata del pullman…

(…)

 

Il cimitero delle termiti.

Ci vogliono 20 ore per raggiungere Lufubu a bordo di un tir, partendo da Lusaka e percorrendo un migliaio di chilometri verso nord-est, fino a trovarsi separati dal Congo solamente dall’omonimo fiume.
Ancora mi stupisco di quanto sia buia l’intera nazione, alle 5 del mattino le uniche luci nella capitale restano quelle dei veicoli che soffiano avanti le tenebre illuminando una popolazione notturna che si muove agilmente nell’oscurità. I bambini ancora dormono con le loro madri ma tra due ore, come cacciatori di tesori, rovisteranno alla ricerca di buste, bottiglie di plastica, borchie di auto e tutto quello che potrà essere riciclato. Il ragazzo e l’uomo cieco torneranno a mendicare al semaforo vicino Barclays e i venditori si prepareranno all’arrivo del traffico rifornendo i loro espositori con ricariche telefoniche, lettori mp3 da auto, soft drink ghiacciati, stura lavandini, accendini, cibo, profumi per abitacolo. L’odore della notte è soffocato da quello acre dei cumuli di rifiuti appena bruciati e dai bus locali che vomitano fumi densi e neri.
Il cimitero di Lusaka, privo di cinte murarie, giace impotente nella città esposto ai furti di cadaveri operati dai fanatici della magia nera ed al saccheggio dei ladri di bare e di vestiti.
Duecento chilometri più a Nord, nel compound di Kabwe, Patrick accende una candela e controlla la sorella. La febbre sta scendendo, anche questa volta la malaria se ne andrà. Esce dall’angusta stanza e attraversa quella dove dorme la sorella maggiore col marito ed il figlio nato otto mesi fa, protetto da un vestitino logoro ma pulito. Rosa. In un passo raggiunge la stanza adibita a pollaio e controlla il proprio operato: i 200 pulcini crescono sani, dovrebbe andare tutto bene. Sembrano lontani i momenti in cui, alla morte del padre, gli zii erano arrivati ad esercitare i diritti della tradizione locale portando via tutto e lasciando solo quattro mura spoglie: si è dato da fare ed oggi possiede due divani, un tappeto ed un televisore. Andrà tutto bene, si ripete e con una brocca prende acqua torbida dal secchio, ne beve un po’ e poi la dà ai pulcini.
Nella savana i contadini si incamminano verso i piccoli campi liberati e nutriti dal fuoco, mentre i cacciatori escono a controllare le trappole per topi. Qui si mangia tutto quello che cammina, nuota o vola. I grandi animali africani sono ormai un ricordo, mentre i gatti vengono cacciati in quanto antagonisti nel mangiare topi e cavallette.
A Nord, lungo il fiume Luapula e le sue paludi si va a pesca con le piccole imbarcazioni di legno per poi vendere in strada pesce fresco o essiccato al sole. I metodi tradizionali di pesca in alcuni casi sono stati sostituiti da tecniche più redditizie come la pesca con la dinamite rubata in miniera, la pesca con avvelenamento delle pozze d’acqua o quella con le zanzariere per la malaria regalate dall”ONU ed usate come reti.
L’alba assume un fascino unico soprattutto perché gli occhi durante la notte diventano assetati di luce. Osservo la savana riprendersi i colori e mi chiedo se stanotte i predoni hanno mietuto vittime. Ti rubano il veicolo e se sei fortunato ti legano nudo ad un albero, altrimenti ti sparano ad un ginocchio o ti fanno fuori direttamente così non chiami la polizia. Ma ormai è giorno…
Lungo queste strade nel nulla bambini di 5 anni vengono lasciati soli a vendere sacchi di carbone. Le donne espongono frutta, miele ed olio di palma chiusi in bottiglie di Pepsi e Fanta riciclate. Bevo una coca, butto dal finestrino la bottiglia e attraverso lo specchio vedo bambini lottare per accaparrarsela. Le frittelle fatte in casa sono chiuse in scatole trasparenti poggiate in terra e per un paio di euro ne puoi avere cinque, da portare via in un sacchetto di plastica preso chissà dove. I muratori controllano la cottura dei mattoni stampati il giorno prima e lasciati sul fuoco in cumuli simili a piramidi atzeche cave.
Passano le ore ed il paesaggio resta invariato, foreste secche con case di mattoni sparse, persone a piedi o su biciclette sovraccariche che ne percorrono il ciglio e si spostano al suono dei clacson, autostoppisti e venditori di gasolio comprato ai camionisti compiacenti che ne rubano qualche litro dai mezzi a loro affidati.
All’incrocio di queste poche e lunghe strade di collegamento si trovano locande e mercatini adagiati nella polvere, carpentieri, fabbri e meccanici. Poi di nuovo paesaggi di terra rossa e piante fino al pomeriggio, dove tutto inizia a cambiare. Raggiungiamo una zona piatta e vastissima, regno indisturbato delle termiti. L’ammirazione per un essere in grado di costruire case più alte di quelle degli uomini diventa ora un religioso rispetto. Piccole lapidi di terra ricoprono un’area circondata dall’orizzonte e l’occhio si perde in questa miriade di stalagmiti a cielo aperto che resistono al vento ed al totale allagamento del periodo delle pioggie.
Superiamo questo paesaggio lunare attraversando una palude folta di vegetazione su di un ponte lungo 3 chilometri costruito dai cinesi più di venti anni fa. Poi di nuovo alberi, pian piano inghiottiti dalla notte. Raggiungiamo Mansa e attraversiamo una strada sterrata per fermarci a riposare un po’. Un anno fa, proprio in questo punto, due uomini che correvano sono stati scambiati per quei cultori della magia nera che rapiscono i bambini. Queste stesse persone che ora compaiono davanti ai nostri fari chiedendoci col sorriso di comprare qualcosa li hanno fermati, picchiati e bruciati vivi. Mi chiudo dentro e inizio a contare i minuti all’arrivo: 300.
Usciamo finalmente da Mansa verso Lufubu, lungo una strada asfaltata ma piena di buche, mentre un’auto accosta, ci fa sorpassare ed inizia a seguirci nel buio. Saranno loro? Mi legheranno? Quanto farà male un proiettile nel ginocchio?
Le quattro ore più lunghe della mia vita, fortunatamente senza problemi.
Lufubu. Siamo arrivati.

 

 

 

La valle dei ciechi

Ci sono dei momenti in cui, lontano dai sentieri battuti nella savana, l’unico suono che riesci a sentire è il tuo respiro e lo scricchiolio della terra sotto ai piedi. Il sollievo per aver allontanato i tafani lascia il posto alla paurosa consapevolezza delle distanze e della solitudine. Dieci minuti dallo sciame di insetti, un’ ora dal villaggio, ventiquattro da un ospedale e molti ormai dal mondo come l’ho sempre conosciuto.

Alla ricerca di un suono familiare ripeto a mente qualche canzone ma scopro ogni volta di non ricordare le parole. E allora scatto fotografie, meccanicamente, confuso ed assetato nella terra rossa del mamba nero, della malaria cerebrale, della fame che uccide o rende ciechi, dove si beve il fango e le vedove per poter mangiare sposano un nuovo padrone e abbandonano i figli per strada rendendoli orfani per la seconda volta. Dove le distese in fiamme nel buio si vestono di magia quando superstizione, stregoneria ed omicidi rituali non sono solo fantasie da racconti notturni.

E gli spari nella notte non significano che è capodanno, la vita vale una manciata di dollari e se un’auto ti insegue metti la sim nel telefono piccolo pensando di nascondertelo dentro per poter chiamare aiuto quando ti avranno massacrato.

Ma al contempo un luogo che come un innesto ti infila le radici, cresce, ti trasforma. E diventa te.

Dove puoi incontrare persone amichevoli che ti accompagnano per strada e poi ti salutano come vecchi amici a cui stai dicendo addio. E poi bambini, che si bloccano a guardarti e poi corrono a chiamare gli altri, fissi ad osservare intimoriti l’alieno finché uno non si fa avanti e ti sorride e parla. Ed allora tutti seguono l’esempio e ti sono addosso, ti tirano, giocano, posano per le foto, sorridono e non ti chiedono altro se non di restare.

E non te ne andresti mai.

Un sottile strato di nubi inizia a filtrare il sole attenuando un pò la sete ed i colori di questo mondo. Fa meno caldo ora e il cobra sputatore uscirà per cacciare. Recupero punti di riferimento qua e là, un albero caduto, un termitaio, un cespuglio e mi incammino verso il villaggio.

E se mi perdessi ancora, come la scorsa notte quando ho sbagliato direzione?

 

 

Oltre i rami del Miombo

E’ un mucchio di soldi, Mary. Ho delle responsabilità verso gli altri, due mesi fa ti ho comprato altre medicine, mi dispiace non so come fare…

Charles continua a frugare nelle tasche poi con un cenno capisco, smetto di fingere e trovo qualche dollaro anch’ io. Mary ringrazia, immobile, fredda, una maschera vuota che fissa un punto nel nulla dietro di me. Raccoglie tutto, i pugni ben stretti, smalto scrostato su mani adolescenti nere di terra.

Questa storia deve finire, io non ci sarò sempre. La prossima volta tornerai a farti raschiare dallo sciamano? Devi dirmelo, Mary. Chi è stato?

Nessuno

L’eco della parola rimbalza nella sua testa un po’. Poi si ripete.
Ecco allora che i ricordi trovano breccia e vacilla. Ci torna raramente laggiù, dove ha messo Richard. L’ha ben nascosto ma quando torna lo fa gridando, come quando la difendeva, per riportarla salva al compound tenendola sulle spalle, nei pantaloni piccoli tesori rubati per lei. Una mela, due uova, c’era sempre da mangiare con lui. La sera accendeva il fuoco e cantava le vecchie preghiere al Dio Leza. Le aveva imparate a casa quando lei era troppo piccola per ricordare e allora ne approfittava per raccontarle di mamma, della sua energia, della sua dolcezza ruvida, dello nshima coi lattarini fritti nell’olio di palma come lo fanno a Lufubu.
Di quel presunto messaggio da custodire e ripetere a Mary ad ogni compleanno.

Di quella febbre che non scendeva più.

Nessuno

Mary impiegò tre giorni per ritrovarlo, cercando a piedi nudi ovunque, fino a quel dannato fosso. Nessun testimone, nessuno impiccato per l’omicidio.
Nessuno a piangere con lei un fratello di tredici anni.

E’ da allora che la ragazzina vaga tra il compound ed i terreni delle missioni, elemosina cibo e trova la mano o il pugno dell’uomo. Senza più reagire perché passa prima, a graffiare terra con le unghie, gli occhi fissi li, oltre i rami del Miombo, per migrare coi pipistrelli da frutta verso i mari del sud, una vita in volo senza più sfiorare questo mondo, senza più guardarsi le spalle anche per pisciare.

 

 

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