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A mia madre

A mia madre

 

Dovrei smettere di sognare, forse.

Perché di giorno i pugni dei ricordi li schivo bene, mi distraggo pensando al lavoro, a tua nipote Chiara, a qualche bolletta in ritardo da pagare, al tizio che non si muove ed è verde da mezz’ora.

Ma di notte tutto torna, e sogno il mare. Dicono che simbolicamente l’acqua è legata a te, l’ambiente che mi ha dato vita, calore, nutrimento.

Qualche giorno fa la marea saliva nelle case dei nonni e poi, ritirandosi, svelava ricordi che cercavo di salvare. Una ruota di bicicletta mi riportava al terrazzo di tua madre, alla gabbia per gli uccelli, all’odore di cucina, alle storie sui tedeschi, a te impegnata nella tua guerra a mani nude contro le lumache senza guscio che –così dicevi- massacravano le piante.

Un mandarino sul termosifone a quell’età già sapeva di Natale, di partite a tombola con i piccoli e a stoppa con i grandi. Ma che gioco è poi, stoppa?

A casa nostra, ti arrabbiavi perché spostavamo le statuine del presepe. Ti arrabbiavi per molto altro in verità ma poi, per sopravvivenza o per amore, ti rassegnavi senza smettere di lamentarti.

Preparavi la stracciatella in brodo ed ogni anno provavi a rifilarmela: E’ tradizione, dicevi.

Tradizione. Come la torta di mele ed il sorteggio in Chiesa il martedì mattina per vincere la madonnina di plastica. Come la poesia a sorpresa per l’8 marzo che puntualmente evitavo di recitare, il puzzle da fare tutti insieme per l’inverno e i documentari di Piero Angela sdraiati sul tappeto con le spalle al divano. I fagioli da sgranare insieme in cucina a cercare la regina nera, il tè nei pomeriggi freddi e le passeggiate nel bosco a cercar castagne e porcini.

Non ci andavi più a lavorare, avevi scelto noi, nella tua vita, e la passavi a voce bassa, in un silenzio rotto dai rumori di stoviglie e dai racconti sul quotidiano, dal frastuono della lucidatrice col faro fulminato e dai suggerimenti sui compiti di scuola impartiti mentre pulivi i carciofi.

Una vita in attesa, a curarti di noi mentre ci allontanavamo sempre di più. A custodire, a sistemare, a guardarci le spalle fino al nostro rientro, affamati e con altri calzini da lavare.

Un punto di partenza e di ritorno, a volte forse dato troppo per scontato, col tempo che scorre sempre uguale fino alla doccia fredda, agli accertamenti, all’eccezionale nevicata su Roma vista attraverso i vetri dell’ospedale.

E da allora visite, medicazioni, analisi, terapie. E ancora daccapo. Pronti a contare quante volte portavi la forchetta alla bocca e quante iniziavi a ripetere le stesse cose perché le dimenticavi. Abituandomi a sentir sbagliare il mio nome in una morte al contrario in cui ero io ad andarmene, prima dal presente e poi dai ricordi; nel continuo domandarmi se fosse colpa dello stress, della glicemia, dell’ossigeno, del fegato o delle metastasi, cercando di inseguire le tue parole per trovarti lì dov’eri, nei tuoi frammenti di passato e poterti dare le risposte che volevi, a non farti sentir sola, a non sentirmi solo, io.

Ciò che di buono è stato, in tutto questo dolore, nella disumana malattia ad esito certo che come questa flebo ti svuota goccia dopo goccia è stato il poter trascorrere del tempo con te dando il giusto valore ad ogni attimo, perché non si sarebbe ripetuto. E’ stato il vederti ridere da matti, con la testa sul tavolo, mangiando paella e spettegolando sui vari personaggi del nostro passato… un’unica volta al ristorante soli e insieme.

E’ stato poter essere lì nell’ennesima prova che la vita ti aveva riservato, la perdita assurda ed inspiegabile del tuo adorato fratello Sandro; ed essere lì con te fino alla fine, a rassicurarti, ad addormentarti carezzandoti il viso, a tenerti tutta la notte la mano ripetendo ad ogni sussulto… sono qui, mamma. Sono io. Cerca di riposare ora. Così torniamo presto a casa.

Ed ancora, vederci tutti e vicini e fragili, i tuoi uomini d’acciaio, attorno a te, con papà a cantarti Edith Piaf ed io e Valerio a cercar suoni da farti ascoltare… ognuno pronto a guardare altrove se l’emozione ci tradiva, ma ormai meno attenti a nasconderci…

Ormai c’è un mare di ricordi che affiorano, ed ogni momento continuerà a mancarmi chiuso in queste mani che ci hanno visto così stretti, nei miei primi passi e in quei lunghissimi ultimi minuti insieme. Ti ritroverò in certi gesti, in certi angoli, nella familiarità con alcuni modi di dire, ed in parte dei miei difetti e delle mie qualità.

Continuerò far la spesa pensando alle nostre telefonate sui prezzi delle verdure e vedrò Chiara crescere e chiedere di te, e poi dimenticarti.

Proverò a volermi bene come se fossi ancora tu a farlo. Tu che, legata, su un letto, sentendo che Papà e Valerio erano arrivati lì in ospedale hai pensato che stessero male e volevi correre da loro…

Va bene adesso ti saluto, Ida, con tutto l’amore che ho. Mi hai donato la vita, lo hai fatto due volte. Quella mia, dandomi alla luce, quella tua, dedicandoti a me. Con tutti i difetti e le qualità che rendono unico ciascuno di noi, sei stata un esempio di dedizione che dovrebbe far riflettere… me per primo. Ed un esempio di energia e di forza, con un cuore che ha retto ben oltre le aspettative dei dottori che non ti conoscevano.

E quello che hai costruito in una vita si è mostrato lì davanti a tutti, col tuo mondo tutto stretto attorno a te a darti il saluto più caldo e doloroso che potevamo.

Tra i tanti frammenti di memoria che mi stai restituendo, affiora l’immagine di noi a studiare una poesia per le elementari. Parla di calore domestico, parla di noi. Chissà come, oggi la ricordo a memoria…

 

Non ho voglia di tuffarmi

in un gomitolo di strade

Ho tanta stanchezza sulle spalle

Lasciatemi così

come una cosa posata in un angolo

e dimenticata

Qui non si sente altro

che il caldo buono

Sto con le quattro capriole di fumo

del focolare.

(Natale – G. Ungaretti)

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