The three of us
gennaio 22nd, 2012

(…)
Come le mosche
Zona di confine tra Zambia e Malawi
C’e’ qualcosa di familiare qui, questo è certo.
Ricordi lontani che sanno di polvere e spezie, scritti in qualche angolo delle mie eliche accanto al sapore di sambussa, al ritmo dei tamburi, alla paura del fuoco e del leone.
Fiero di questa mia diversità dal maschio medio europeo mi ero anche abituato ai pullman africani a lunga percorrenza, siluri strapieni che sfrecciano a 160 chilometri orari lungo strade senza protezioni. Ero abituato alla scomodità, agli stop sotto il sole, ai venditori nelle soste, ai predicatori urlanti, ai mendicanti, al pianto ininterrotto dei bambini, alla puzza di pulcini caricati dai passeggeri mista a sudore, mais, cipolla, alici, carne cruda frollata al sole, uova sode, merda e banane.
Non ero pronto però ad un taxi abusivo di frontiera, che da Chipata in Zambia porta al confine col Malawi.
Salgo e a fatica trattengo la borsa dicendogli che contiene un oggetto fragile e la terrò sulle gambe. 20 mila kwacha a testa, contrattati partendo da 80. Sale il secondo, poi una signora enorme e la sua amica. Tutti e quattro dietro, schiacciati come sardine nella loro bara di latta. Accanto al guidatore un uomo sulla cinquantina, di ritorno in Malawi. Il driver accende il motore e grida qualcosa ad un omone con la maglia del south africa football, che prende ed entra davanti con i due. Sette, con borse e valigie. Viaggiamo sul semiasse, ad ogni buca salgono fitte alla schiena già provata da migliaia di chilometri percorsi in jeep e bus. Attraversa la strada e si ferma, scende, prende una manciata di soldi da un tizio che si mette alla guida al posto suo.
Un sasso che rimbalza su un torrente di asfalto: è iniziata la folle corsa.
Gli altri 6 sconosciuti non sono preoccupati della velocità, dello slittamento in curva, dei freni che non reggono. Discutono vivacemente delle prossime elezioni, dei partiti di opposizione, di soprusi, brogli, corruzione, malgoverno. In un’altra situazione sorriderei a queste dichiarazioni di uguaglianza sentendomi amaramente più vicino a casa, ma devo preparare il respiro alla prossima curva ed al prossimo sorpasso.
Nel mezzo di un rettilineo il driver tira con forza i freni ed il suono ruvido del ferro sui dischi mi fa distogliere lo sguardo dal parabrezza. C’è una buca enorme che dobbiamo aggirare, attraverso l’adesivo nero lacero del mio finestrino che malamente mi nasconde dai controlli della polizia osservo due telai di automobili, perfettamente ripuliti come ossa al passaggio di sciacalli con le chiavi inglesi. Mi chiedo quale sia stato il destino dei passeggeri, senza ospedali, antibiotici o antidolorifici. Oltre il confine la popolazione locale li avrebbe spogliati e derubati mentre supplicavano aiuto.
Una decina di minuti ancora ed inizio a vedere la colonna dei tir fermi in attesa del visto in uscita. Provengono dalle miniere, con il rame caricato in piastre quadre e sorvegliato con le armi o quello estratto in pesanti blocchi e lasciato scoperto ed incustodito perché difficile da rubare. Ci sono poi carichi con rame in blocchi misteriosamente coperto da teli, che affrontano la frontiera con un’autorizzazione in busta chiusa passata sotto i normali documenti di trasporto, una manciata di dollari per strappare via da questa terra metalli ancora più preziosi.
Superiamo la colonna e ci fermiamo davanti alla frontiera, apro lo sportello e quattro braccia mi bloccano sul sedile agitandomi in faccia mazzi di kwacha malawiani.
Change! Change!
Non devo cambiare, mi verranno a prendere oltre il confine. Non devo cambiare.
Non mi danno ascolto. Apro a fatica lo sportello contro quattro uomini: occhi rossi, pupille lucide, basterebbe la loro puzza di birra qui per ubriacarsi, digiuni e sotto il sole. Continuano a starmi addosso, mi frenano, ad ogni passo li stacco di qualche centimetro ma ritornano, come le mosche sugli occhi dei neonati.
Mi fermo, allargo le braccia e li spingo via. Sono offesi ora, agitano le mani, mi gridano contro nel loro inglese impastato. Arriva un quinto uomo e veste i panni del mio salvatore, mi affianca, mi cinge il collo con un braccio e grida loro di lasciarmi stare, guidandomi verso l’ingresso degli uffici di frontiera. Ora è lui a controllare il mio passo, mi frena, mi chiede.
Dall’Europa? Io voglio venire con te, amico, tu mi devi aiutare. Io ho aiutato te, ora mi devi dire: cosa fai tu per me? Come devo fare per venire in Italia?
La stretta al collo è forte, sono stanco del viaggio e di queste violazioni, stanco di stare attento a tutto.
Prendi un aereo.
Allenta la presa un attimo e mi libero allungando i passi verso gli uffici. Varco il suo limite d’azione perché smette di seguirmi per non oltrepassare una linea invisibile, urlando una lunga serie di imprecazioni in Bemba intercalate dalla parola musungu, uomo pallido.
Passaporto, libretto vaccinazioni. Modulo d’uscita, modulo d’ingresso. Il bagno è fuori, devi farla in un solco nel cemento che termina in una buca maleodorante.
Quattro uomini seduti all’ombra di un telo arrostiscono carne. Il braciere è un fusto di metallo tagliato a metà e la griglia è il radiatore preso da un vecchio frigorifero. Il profumo di barbecue mi toglie la nausea e mi chiedo se i ratti arrostiti sono così invitanti. Il vento mi sputa una manciata di terra rossa negli occhi. Un sacchetto di plastica sfondato vola come una manica a vento impazzita.
Non c’è nessuno ad aspettarmi. Traffico e disordini nella capitale, dovrò raggiungerla coi mezzi locali. Dovevo cambiare i soldi.
Speriamo di trovare un taxi che mi porti alla fermata del pullman…
(…)
Il cimitero delle termiti.
Ci vogliono 20 ore per raggiungere Lufubu a bordo di un tir, partendo da Lusaka e percorrendo un migliaio di chilometri verso nord-est, fino a trovarsi separati dal Congo solamente dall’omonimo fiume.
Ancora mi stupisco di quanto sia buia l’intera nazione, alle 5 del mattino le uniche luci nella capitale restano quelle dei veicoli che soffiano avanti le tenebre illuminando una popolazione notturna che si muove agilmente nell’oscurità. I bambini ancora dormono con le loro madri ma tra due ore, come cacciatori di tesori, rovisteranno alla ricerca di buste, bottiglie di plastica, borchie di auto e tutto quello che potrà essere riciclato. Il ragazzo e l’uomo cieco torneranno a mendicare al semaforo vicino Barclays e i venditori si prepareranno all’arrivo del traffico rifornendo i loro espositori con ricariche telefoniche, lettori mp3 da auto, soft drink ghiacciati, stura lavandini, accendini, cibo, profumi per abitacolo. L’odore della notte è soffocato da quello acre dei cumuli di rifiuti appena bruciati e dai bus locali che vomitano fumi densi e neri.
Il cimitero di Lusaka, privo di cinte murarie, giace impotente nella città esposto ai furti di cadaveri operati dai fanatici della magia nera ed al saccheggio dei ladri di bare e di vestiti.
Duecento chilometri più a Nord, nel compound di Kabwe, Patrick accende una candela e controlla la sorella. La febbre sta scendendo, anche questa volta la malaria se ne andrà. Esce dall’angusta stanza e attraversa quella dove dorme la sorella maggiore col marito ed il figlio nato otto mesi fa, protetto da un vestitino logoro ma pulito. Rosa. In un passo raggiunge la stanza adibita a pollaio e controlla il proprio operato: i 200 pulcini crescono sani, dovrebbe andare tutto bene. Sembrano lontani i momenti in cui, alla morte del padre, gli zii erano arrivati ad esercitare i diritti della tradizione locale portando via tutto e lasciando solo quattro mura spoglie: si è dato da fare ed oggi possiede due divani, un tappeto ed un televisore. Andrà tutto bene, si ripete e con una brocca prende acqua torbida dal secchio, ne beve un po’ e poi la dà ai pulcini.
Nella savana i contadini si incamminano verso i piccoli campi liberati e nutriti dal fuoco, mentre i cacciatori escono a controllare le trappole per topi. Qui si mangia tutto quello che cammina, nuota o vola. I grandi animali africani sono ormai un ricordo, mentre i gatti vengono cacciati in quanto antagonisti nel mangiare topi e cavallette.
A Nord, lungo il fiume Luapula e le sue paludi si va a pesca con le piccole imbarcazioni di legno per poi vendere in strada pesce fresco o essiccato al sole. I metodi tradizionali di pesca in alcuni casi sono stati sostituiti da tecniche più redditizie come la pesca con la dinamite rubata in miniera, la pesca con avvelenamento delle pozze d’acqua o quella con le zanzariere per la malaria regalate dall”ONU ed usate come reti.
L’alba assume un fascino unico soprattutto perché gli occhi durante la notte diventano assetati di luce. Osservo la savana riprendersi i colori e mi chiedo se stanotte i predoni hanno mietuto vittime. Ti rubano il veicolo e se sei fortunato ti legano nudo ad un albero, altrimenti ti sparano ad un ginocchio o ti fanno fuori direttamente così non chiami la polizia. Ma ormai è giorno…
Lungo queste strade nel nulla bambini di 5 anni vengono lasciati soli a vendere sacchi di carbone. Le donne espongono frutta, miele ed olio di palma chiusi in bottiglie di Pepsi e Fanta riciclate. Bevo una coca, butto dal finestrino la bottiglia e attraverso lo specchio vedo bambini lottare per accaparrarsela. Le frittelle fatte in casa sono chiuse in scatole trasparenti poggiate in terra e per un paio di euro ne puoi avere cinque, da portare via in un sacchetto di plastica preso chissà dove. I muratori controllano la cottura dei mattoni stampati il giorno prima e lasciati sul fuoco in cumuli simili a piramidi atzeche cave.
Passano le ore ed il paesaggio resta invariato, foreste secche con case di mattoni sparse, persone a piedi o su biciclette sovraccariche che ne percorrono il ciglio e si spostano al suono dei clacson, autostoppisti e venditori di gasolio comprato ai camionisti compiacenti che ne rubano qualche litro dai mezzi a loro affidati.
All’incrocio di queste poche e lunghe strade di collegamento si trovano locande e mercatini adagiati nella polvere, carpentieri, fabbri e meccanici. Poi di nuovo paesaggi di terra rossa e piante fino al pomeriggio, dove tutto inizia a cambiare. Raggiungiamo una zona piatta e vastissima, regno indisturbato delle termiti. L’ammirazione per un essere in grado di costruire case più alte di quelle degli uomini diventa ora un religioso rispetto. Piccole lapidi di terra ricoprono un’area circondata dall’orizzonte e l’occhio si perde in questa miriade di stalagmiti a cielo aperto che resistono al vento ed al totale allagamento del periodo delle pioggie.
Superiamo questo paesaggio lunare attraversando una palude folta di vegetazione su di un ponte lungo 3 chilometri costruito dai cinesi più di venti anni fa. Poi di nuovo alberi, pian piano inghiottiti dalla notte. Raggiungiamo Mansa e attraversiamo una strada sterrata per fermarci a riposare un po’. Un anno fa, proprio in questo punto, due uomini che correvano sono stati scambiati per quei cultori della magia nera che rapiscono i bambini. Queste stesse persone che ora compaiono davanti ai nostri fari chiedendoci col sorriso di comprare qualcosa li hanno fermati, picchiati e bruciati vivi. Mi chiudo dentro e inizio a contare i minuti all’arrivo: 300.
Usciamo finalmente da Mansa verso Lufubu, lungo una strada asfaltata ma piena di buche, mentre un’auto accosta, ci fa sorpassare ed inizia a seguirci nel buio. Saranno loro? Mi legheranno? Quanto farà male un proiettile nel ginocchio?
Le quattro ore più lunghe della mia vita, fortunatamente senza problemi.
Lufubu. Siamo arrivati.
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La valle dei ciechi
Ci sono dei momenti in cui, lontano dai sentieri battuti nella savana, l’unico suono che riesci a sentire è il tuo respiro e lo scricchiolio della terra sotto ai piedi. Il sollievo per aver allontanato i tafani lascia il posto alla paurosa consapevolezza delle distanze e della solitudine. Dieci minuti dallo sciame di insetti, un’ ora dal villaggio, ventiquattro da un ospedale e molti ormai dal mondo come l’ho sempre conosciuto.
Alla ricerca di un suono familiare ripeto a mente qualche canzone ma scopro ogni volta di non ricordare le parole. E allora scatto fotografie, meccanicamente, confuso ed assetato nella terra rossa del mamba nero, della malaria cerebrale, della fame che uccide o rende ciechi, dove si beve il fango e le vedove per poter mangiare sposano un nuovo padrone e abbandonano i figli per strada rendendoli orfani per la seconda volta. Dove le distese in fiamme nel buio si vestono di magia quando superstizione, stregoneria ed omicidi rituali non sono solo fantasie da racconti notturni.
E gli spari nella notte non significano che è capodanno, la vita vale una manciata di dollari e se un’auto ti insegue metti la sim nel telefono piccolo pensando di nascondertelo dentro per poter chiamare aiuto quando ti avranno massacrato.
Ma al contempo un luogo che come un innesto ti infila le radici, cresce, ti trasforma. E diventa te.
Dove puoi incontrare persone amichevoli che ti accompagnano per strada e poi ti salutano come vecchi amici a cui stai dicendo addio. E poi bambini, che si bloccano a guardarti e poi corrono a chiamare gli altri, fissi ad osservare intimoriti l’alieno finché uno non si fa avanti e ti sorride e parla. Ed allora tutti seguono l’esempio e ti sono addosso, ti tirano, giocano, posano per le foto, sorridono e non ti chiedono altro se non di restare.
E non te ne andresti mai.
Un sottile strato di nubi inizia a filtrare il sole attenuando un pò la sete ed i colori di questo mondo. Fa meno caldo ora e il cobra sputatore uscirà per cacciare. Recupero punti di riferimento qua e là, un albero caduto, un termitaio, un cespuglio e mi incammino verso il villaggio.
E se mi perdessi ancora, come la scorsa notte quando ho sbagliato direzione?
Posted by flaviocarnevale. // 7 Comments »
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Posted by flaviocarnevale. // Comment now »A due passi da Assisi, nel silenzio e nella pace della natura umbra, tra boschi, colline, casali e piscine il resort “Le Silve” di Armenzano (www.lesilve.it) ospita un workshop sul ritratto curato dal fotografo Flavio Carnevale (2009-2010 Betterphoto.com Top 100 photographer ).
CHI PUO’ PARTECIPARE:
Fotografi dilettanti o esperti: i partecipanti verranno suddivisi in gruppi in base al livello di preparazione e seguiti durante le fasi di ripresa.
PROGRAMMA DELLA GIORNATA
9,30 – 12,30 Coffee time e Parte teorica.
Approccio di natura teorica alla fotografia di ritratto ed al linguaggio fotografico e studio delle nozioni fondamentali di teoria sulla luce naturale ed artificiale. La lezione avverrà attraverso proiezioni di diapositive powerpoint.
12,30- 14,30 Lunch presso Ristorante Armentum.
Il pranzo prevede un menu di 4 portate, acqua e vino selezione “Le Silve”.
Dalle 14,30 fino a sera Parte pratica.
Shooting con fotomodelle in location all’aperto, imparando a fondere luce naturale ed artificiale.
Una selezione delle foto di ciascun autore e delle immagini di backstage verranno pubblicate sulla pagina Facebook del resort e sul sito e sulla pagina Facebook del docente che valuterà gli scatti dei partecipanti e continuerà ad assisterli anche dopo la fine della giornata per le successive fasi di post-produzione digitale.
Posted by flaviocarnevale. // Comment now »
PHOTO MASTER:
Flavio Carnevale – Italian photographer. Betterphoto.com winner on different contest categories.
Event hosted by Angie Sidles
WHERE:
Springfield – Illinois
WHEN:
Spring – Summer – Autumn 2011
We are currently enrolling participants and a date will be specified once we reach a minimum number of participants. The duration of the workshop will be 2 days and take place on a weekend.
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DESCRIPTION:
A portrait can be correctly done… it can be beautiful… it can tell a story and describe emotion.
Eyes, expression, environment, subject positioning, focal length, depth of field, shooting time, point of view, body language, lighting and contrast… everything suggests something to the reader.
If you’re taking a picture for a trip reportage or just for your vacation, if you’re describing street life or just trying to photograph a friend, a relative, a life moment, or a memory… it’s important to learn how to “read”, interpret and describe a subject, especially during interaction with his/her surroundings.
2 full days with Flavio Carnevale, Italian photographer and Betterphoto.com contest winner.
LESSONS THREADS:

Aperte le iscrizioni
Periodo: Aprile – Giugno 2011
Numero di partecipanti: 10
Corso serale a cadenza settimanale o bisettimanale. Le date verranno stabilite compatibilmente con le esigenze dei partecipanti.
Finalità del corso
Fornire ai partecipanti le nozioni tecniche base sulla macchina fotografica e sul suo modo di utilizzo. Spiegare i supporti sui quali viene impressa l’immagine e il modo attraverso il quale si produce l’immagine fotografica, intesa sia come prodotto della percezione sia come concreto prodotto della tecnica.
Fornire nozioni tecniche sui differenti tipi di macchine fotografiche e sui vari usi ad esse connessi. Fornire conoscenze sui diversi approcci ad un tema fotografico e tentare di spiegare i vari tipi di atteggiamenti che contraddistinguono l’azione del fotografare.
Fornire gli spunti per iniziare a ‘’vedere‘’ con occhio fotografico, il concetto di colore, la fotografia in bianco e nero, le regole di composizione, cercando di capire i differenti significati che una fotografia può assumere.
Evidenziare le differenze tra analogico e digitale, spiegando sistemi di elaborazione dell’immagine.
Fornire le nozioni tecniche necessarie per l’elaborazione digitale delle immagini con i moderni programmi di fotoritocco (Adobe photoshop)
Durata
Il corso ha durata di circa 32 ore di lezioni teoriche in aula (lezioni serali di 2 ore ciascuna) più n. 3 uscite pratiche.
Modalità
Ciascun incontro sarà articolato in due parti:
1. spiegazioni di tipo tecnico-nozionistico, correlate da dispense cartacee e proiezioni su schermo. Ogni lezione partirà da un ripasso di quelle precedenti.
2. interventi e riflessioni degli studenti, esposizione dei lavori e visione delle esercitazioni svolte, con discussione di gruppo delle immagini scattate dagli studenti o proposte dagli insegnanti.
Se il livello tecnico raggiunto sarà adeguato l’ultima parte del corso indagherà i temi della percezione visiva e della rappresentazione intesa come progetto. Verranno inoltre citati esempi di storia della fotografia, per riuscire a far comprendere i modi espressivi e l’attualità dell’opera fotografica.
Il calendario dettagliato delle lezioni verrà stilato in base al numero dei partecipanti e in base ad una discussione preventivamente fatta sulle loro capacità e sui loro obiettivi.
Materiali
Gli iscritti al corso dovranno essere muniti di macchina fotografica -preferibilmente reflex- e dei supporti necessari per presentare una fotografia. Le fotografie potranno essere presentate su carta o in formato digitale. verrà utilizzato il PC per visualizzare i lavori e per gli esempi di correzione delle immagini (inquadrature, luci ecc). Ogni lezione sarà accompagnata da dispense descriventi le lezioni.
Durante le lezioni verranno mostrate immagini e presentazioni power point.
Per informazioni:
Flavio 349.46.74.585
flaviocarnevale@yahoo.it
Posted by flaviocarnevale. // 1 Comment »
Ho fotografato attori di teatro prima dello spettacolo, ne ho respirato la tensione, ho ascoltato il mormorio di battute ripetute sottovoce mentre sistemavano il trucco. Ho assistito alla loro trasformazione sotto gli applausi della folla, appena varcato il sipario.
Ho conosciuto poi attori che non hanno palcoscenico né applausi, sistemano il trucco in un bagno d’ospedale e si muovono in corsia senza un copione da ricordare…
“Non chiedere perché abbiamo scelto di diventare clown dottori, la domanda esatta sarebbe: perché continuiamo ancora a farlo dopo tanti anni…” risponde Paolo, attore di Soccorso Clown.
“Quando abbiamo deciso di provare, questo mestiere non era ancora conosciuto in Italia… si può dire quindi che la nostra scelta sia stata fatta per passione ma senza una reale consapevolezza di come sarebbe andata. Dopo un serio percorso di formazione abbiamo iniziato a lavorare in corsia, ed ancora siamo qui… ma è uno di quei lavori che non sai mai se domani sarai in grado di continuare…”
Li seguo mentre si vestono, li osservo. Parlano tra loro, cercano di capire l’umore dell’altro e con quale bagaglio di emozioni private oggi entreranno in corsia. Lavorano in coppia, devono sapere fin dove spingersi e quanto chiedere all’altro, perché non c’è copione, non c’è pubblico che aspetta il tuo arrivo dopo aver pagato un biglietto. Qui si entra in punta di piedi, si usa la persuasione, si guadagna fiducia, si modula “l’intervento” in base alla situazione. Ci si trattiene dieci secondi, tempo di un sorriso ed un discreto saluto, o qualche minuto, coinvolgendo pazienti e familiari in giochi divertenti, gag, battute e fraintendimenti.
“Si resta fino al raggiungimento del climax, alziamo il livello di umore nella stanza e andiamo via sul culmine, per lasciare dietro di noi l’energia raggiunta prima di farla calare trattenendoci troppo…”
Entro con loro dalla caposala, le chiedono se ci sono stanze in cui è meglio non entrare, e mi spiegano che per regola non debbono sapere altro riguardo ai pazienti: debbono lavorare sulla parte sana del malato, e se davanti a loro vedessero non un paziente in difficoltà ma un essere umano, un bambino con un nome ed una storia, non riuscirebbero più a recitare.
Entro nelle stanze. Mi metto in un angolo, siedo a terra, mi pongo da spettatore di un evento straordinario. Assisto alle resistenze iniziali dei familiari, respiro l’aria sofferta di quei reparti e vedo come l’umore man mano viene trascinato verso l’alto, mentre gli attori coinvolgono sempre più ogni spettatore portandolo per mano al sorriso.
Tutti ringraziano i clown, mi stringono la mano e ringraziano anche me firmando i documenti per la pubblicazione delle immagini. Un ringraziamento profondo, sentito, una stretta di mani che faticano a separarsi…
Il personale ospedaliero accoglie calorosamente gli attori, si ferma a guardarli all’opera, mi spiega l’importanza della terapia del sorriso, dicendomi che ci vorrebbero molti più fondi per una maggiore presenza negli ospedali. Non posso che sentirmi d’accordo.
Contravvenendo all’insegnamento dei clown, mantengo contatti con alcuni dei pazienti… c’è chi ha vinto la propria battaglia, chi continua a lottare, chi purtroppo non ce l’ha fatta; riguardando le fotografie, mi hanno raccontato, hanno provato nostalgia per quei sorrisi, una calda e bellissima parentesi in un tratto così accidentato del loro cammino di vita.
Un sentito ringraziamento ai due clown dottori Paolo Scannavino e Tiziana Scrocca, a Soccorso Clown, alla direzione ed al personale del Policlinico Umberto I, reparti di pediatria ed oncologia pediatrica. Un grandissimo abbraccio a tutti i pazienti ed ai familiari che hanno autorizzato la pubblicazione delle fotografie.
www.soccorsoclown.it
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Località: Castello di Santa Severa e Torre Flavia
Sessione di ritratto ambientato
Ecco alcuni scatti dei partecipanti e le fotografie di backstage:
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In attesa degli scatti degli altri partecipanti…
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Ti aspetto e ogni giorno
mi spengo poco per volta
e ho dimenticato il tuo volto.
Mi chiedono se la mia disperazione
sia pari alla tua assenza
no, è qualcosa di più:
è un gesto di morte fissa
che non ti so regalare.
(Alda Merini)
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